I Presidenti e il terrorismo: tra storia e memoria

di Guido Panvini

L’elezione di Sandro Pertini alla presidenza della Repubblica, l’8 luglio 1978, rappresentò, com’è noto, una svolta nella storia del Quirinale, che da quel momento in poi consolidò la sua funzione di custode dell’unità nazionale e dell’integrità dello Stato. Significativamente il primo banco di prova che il nuovo presidente dovette affrontare fu la violenza terroristica che sul finire degli anni Settanta aveva colpito al cuore le istituzioni. I funerali di Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse, erano stati celebrati poche settimane prima l’elezione di Pertini, rappresentando in maniera drammatica la ferita profonda inferta dal terrorismo al tessuto della società civile.

Mentre Moro, per volontà dei familiari, veniva seppellito nel cimitero di Torrita Tiberina, la cerimonia pubblica fu tenuta presso la chiesa di S. Giovanni in Laterano, zona extraterritoriale appartenente al Vaticano, di fronte ad una classe politica smarrita ed isolata. Per questo motivo, fin dai suoi esordi, il presidente Pertini si ripropose di ricompattare attorno alle istituzioni la società civile, attraverso la formulazione di un nuovo patriottismo repubblicano e un ruolo diretto della presidenza della Repubblica nel contatto con i cittadini, in particolari i giovani. Attraverso un inedito apparato di simboli e rituali, la presidenza della Repubblica tentò di costruire un argine al dilagare della violenza. Esponendosi in prima persona, Pertini riuscì a ribadire il ruolo positivo delle istituzioni repubblicane e la loro funzione connettiva all’interno della società, in situazioni difficilissime per il confronto con la cittadinanza: dai funerali di Guido Rossa, operaio comunista ucciso dalle Br il 24 gennaio 1979, agli assassinii di Emilio Alessandrini, Giorgio Ambrosoli, Vittorio Bachelet e Walter Tobagi, fino alle stragi di Ustica e Bologna nell’estate del 1980. Si trattò di una vera e propria battaglia civile, condotta, tra l’altro, fino agli ultimi mesi del suo mandato presidenziale, con l’omicidio di Ezio Tarantelli, per mano delle Brigate Rosse, il 27 marzo 1985.

Si consolidò, in questo modo, una prassi che caratterizzò la presidenza della Repubblica anche negli anni successivi. Il confronto, tuttavia, si spostò sul piano della memoria e della rielaborazione di quella drammatica stagione.

Con l’elezione al Quirinale di Francesco Cossiga, il 3 luglio 1985, si assistette ad un cambio nell’interpretazione della funzione della presidenza della Repubblica, tra i protagonisti della concitata stagione di trasformazioni politiche che investì la nazione in quegli anni. Il presidente fu al centro di accese polemiche che riguardavano gli aspetti più oscuri della lotta politica negli anni Settanta: dal caso “Gladio”, alle zone d’ombra sul sequestro e sull’omicidio di Aldo Moro, fino alle dichiarazioni, espresse a conclusione del suo mandato, in favore di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, i terroristi neofascisti condannati per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Pur venendo meno alla funzione super partes di custode della nazione e della Costituzione repubblicana, Cossiga non rinunciò a riflettere pubblicamente su quegli anni e a indicare le responsabilità della classe politica e dello Stato, attraverso uno stile inconsueto e poco istituzionale, ma sui cui contenuti andrebbe riaperta una nuova riflessione.

In un contesto drammatico, segnato dalle stragi mafiose del 1992 e del 1993, si svolse la riflessione pubblica di Oscar Luigi Scalfaro, eletto presidente il 25 maggio 1992. Di nuovo sulla storia repubblicana calava l’ombra di poteri occulti sottratti ad ogni controllo democratico. La riflessione sulla stagione del terrorismo divenne cupa e allo stesso tempo più urgente, perché la transizione politica in corso avveniva in un momento di crisi del sistema politico, resa ancora più acuta dai nuovi scenari internazionali, apertisi dopo il crollo dell’Unione sovietica, e dalle sfide che l’Italia doveva affrontare per una sua piena integrazione nell’Europa della moneta unica.

Questo senso di urgenza fu accolto da Carlo Azeglio Ciampi, eletto il 13 maggio del 1999. Egli fu promotore di un vero e proprio progetto di pedagogia civile, delineando un nuovo patriottismo repubblicano, in cui la memoria della storia nazionale giocò un ruolo fondamentale. Fu in questo contesto che maturò l’esigenza di una riflessione pubblica sulle vittime del terrorismo e della violenza politica degli anni Sessanta e Settanta, attraverso il conferimento di onoreficenze alla memoria e di sostegni ai parenti degli uomini dello Stato caduti in quegli anni. In un percorso difficile, reso impervio anche per le frequenti discussioni di carattere politico, la presidenza della Repubblica si fece promotrice, inoltre, di un complesso tentativo di riflessione sul “caso Sofri”, avviando al contempo un dialogo con la famiglia di Luigi Calabresi.

Erano nate le premesse affinché la presidenza della Repubblica si assumesse pienamente il ruolo di costruire una memoria di quegli anni che, se non pur non condivisa, fosse comunque capace di tenere insieme la diversità delle storie e dei drammi che s’intrecciarono in quella stagione.

L’istituzione del “Giorno della memoria” dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, nel 2007, durante la presidenza di Giorgio Napolitano sanciva tale cambiamento. Il 9 maggio, anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, diveniva così un importante momento di commemorazione pubblica e di costruzione di un patriottismo repubblicano a sostegno delle istituzioni.

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