Il Capo dello Stato: i retaggi della Monarchia e le prerogative della Repubblica

di Francesco Bonini

La pubblicazione di diverse ricerche di storia della monarchia italiana – susseguitesi nell’arco degli ultimi anni – non ha smentito la definizione di Silvio Trentin, per cui “la corona dovrebbe essere classificata, senza alcun dubbio, tra le istituzioni più complesse e meno facilmente definibili del diritto costituzionale italiano”.

La relazione innanzi tutto argomenta – dal punto di vista della storia delle istituzioni politiche – il carattere orléanista tanto del(la) monarc(hi)a, che della presidenza della Repubblica italiane, cogliendo così il carattere saliente della continuità che – al di là di aspetti pure non marginali, come la collocazione nel Palazzo del Quirinale –  le lega. In effetti tanto il Consiglio di conferenza del febbraio-marzo 1848, che la Costituente del 1946-47 avevano un chiaro riferimento orléanista. Il primo quello originario, del pure periclitante regno di Luigi Filippo, il secondo quello della presidenza della III Repubblica francese, pure da poco tragicamente naufragata. Entrambe la scelte vengono effettuate in controtendenza rispetto alle contemporanee scelte transalpine, ma dando vita a sistemi dotati di rimarchevole stabilità, appunto tenuto conto delle complesse virtualità dell’orleéanismo.

In questa direzione provvedo a falsificare la definizione corriva di “potere neutro”, applicata al Capo dello Stato, per sottolineare come esso, nel momento in cui è affermato come “pouvoir neutre”, è anche dotato, sempre per usare le parole di Benjamin Costant, di una “forza che gli viene dal di fuori” del sistema politico.

Posta questa premessa richiamerò poteri e funzioni attribuite al presidente della Repubblica, nel dibattito costituente e nella prassi, soffermandomi su un elemento emblematico di definizione di una “forza dal di fuori”, cioè sul settennato, come modalità di “création de force au moyen de la durée”. Ne individuerò l’origine, nel 1873, la circolazione europea dopo la Prima guerra mondiale, ed infine la definizione in Assemblea Costituente, sottolineando come di fatto non fossero in campo serie alternative, ma si discuta invece sulla rieleggibilità. Non mancherò poi di rilevare la crisi del settennato nella gran parte delle democrazie europee e le ragioni della sua perdurante fortuna in Italia.

Insisterò sulle molteplici virtualità dell’istituzione, in particolare in relazione al sistema dei partiti. Emerge qui l’ambivalenza e la flessibilità dell’assetto orléanista, rafforzato anche dalle modalità di elezione del Presidente, oggetto anch’esse di un breve scandaglio, e dalle sue “prerogative”, parola-chiave, di indubbia radice monarchica, sulla quale concluderò.

_____________

Francesco Bonini

Dipartimento di Studi economici, politici e delle lingue moderne – Università LUMSA di Roma.