Verso un presidente “presidenzialista”? Da Pertini a Napolitano

di Marco Gervasoni

Il mutamento del ruolo politico del presidente è l’oggetto della comunicazione, che intende studiare come, a partire da Pertini il presidente della repubblica sia diventato il pivot nell’equilibrio politico generale del paese. Con la prima crisi di consenso dei partiti e l’affermarsi di un’impossibile governabilità, Pertini riprese, se non proprio appieno, almeno il più possibile, quelle prerogative che la Costituzione gli affidava e che quella “materiale” (cioè i partiti) gli avevano strappato. Affermò anche con una precisa strategia comunicativa, il ruolo di decisore contro quello di notaio. E creò uno spazio decisionale presidenziale. Il ruolo di notaio sembrò essere ripreso, nella prima metà del suo mandato, da Cossiga, un presidente caratterizzato dall’irresolutezza nei confronti dell’atto decisionale, che egli infatti non praticò, mai, neppure nella fase finale del suo mandato. Il vero atto decisionale, con effetti tellurici, compiuto da Cossiga furono infatti le dimissioni anticipate. Anche se il Cossiga “picconatore” fu sempre restio all’esercizio atto decisionale, il Presidente riprese, con una forza maggiore, l’esercizio della parola pubblica presidenziale, sulla scia di quanto fatto da Pertini.

Con il crollo dei partiti e nella fase di transizione, Scalfaro si pose come decisore principale e come regolatore dell’equilibrio politico, introducendo quasi un modello di coabitazione tra presidenza e esecutivo e di divisione informale delle funzioni di governo, già con il governo Amato ma soprattuto con quello Ciampi.

Funzioni che Scalfaro cercò di mantenere anche durante il breve governo di Berlusconi del ’94, che riprese appieno con il governo Dini e che conservò di fatto nei rapporti con il governo Prodi. Con l’appartenere stabilizzazione del quadro politico e con il ritorno dei partiti, sia nel centro-destra che nel centrosinistra, si cercò, con il “metodo Ciampi”, di frenare la tendenza “presidenzialista” cominciata da Pertini, attraverso l’elezione di una figura la più possibile impolitica. Ma Ciampi, soprattutto dopo il 2001, dimostrò non solo di non aver rinunciato alle prerogative costituzionali ma di tenere ben saldo quello spazio decisionale che a partire dagli anni Ottanta e soprattuto dopo il ’92 il Quirinale si era preso. E l’ambiguità della figura presidenziale continuò a esercitare il suo ruolo, ingigantendosi poi ancor più, pochi anni dopo, nella fase finale della Seconda Repubblica.

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Marco Gervasoni, insegna Storia contemporanea presso l’Università degli Studi del Molise. Tra i suoi ultimi lavori François Mitterrand una biografia politica e intellettuale (Einaudi, 2007), Storia d’Italia degli anni Ottanta. Quando eravamo moderni (Marsilio, 2010), La Tela di Penelope. Storia della Seconda Repubblica (con Simona Colarizi, Laterza, 2012). Ha diretto una Storia delle sinistre nell’Italia repubblicana (Costantino Marco Editore, 2011) e sta per pubblicare La Guerra delle sinistre. Socialisti e comunisti dal ’68 a Tangentopoli (Marsilio)